Interview to Valeria Galluzzi

1. A che cosa ti sei ispirata per fare questo disegno Valeria?

Valeria: Mi sono ispirata ai teatri più pazzi, belli e grandi che esistono, dal teatro di Grovius, alle forme della natura in generale. La posizione, il genius loci è ciò che guida questo processo, la cosa ottimale è progettare sul posto. E’ stato quindi un misto tra il mio passato di studente, grazie ai consigli del mio ex docente che ormai sta in Inghilterra ed il luogo in cui si troverà che ha ispirato la forma di questo progetto.

 

2. Perché hai scelto di farlo? Cosa è successo nella tua vita?

Valeria: L’idea è in realtà nata in accademia nel 2014, quando ho conosciuto Stephane Ferreira che desiderava parlare con Michael Reynolds di questo progetto che allora era solo un sogno. Noi eravamo gli unici che non capivamo e non parlavamo bene l’inglese, quindi ho deciso di aiutarlo, anche perché il teatro mi è sempre interessato, anche dal punto di vista architettonico. La cosa è nata inizialmente un po’ per gioco, ma poi è finito per essere il progetto finale del mio diploma Earthship. Ho lavorato molto per questo, chiusa  in ufficio per tre mesi.

 

3. Com’era la tua vita quotidiana a Taos, come si sviluppava la giornata?

Valeria: La mia idea di base era quella di lavorare metà della giornata in ufficio e metà in cantiere, solo che Michael Reynolds era lì presente per tre settimane e io ne ho approfittato per lavorare sempre in ufficio così che tutte le mattine alle nove ero pronta a disegnare e andavo via alle 17. La sera stavo col gruppo con cui condividevo la casa. Ero come in comunità e stavamo spesso insieme. Facevamo anche yoga due volte alla settimana. C’era un gran giro di persone e le serate erano spesso vivaci.

 

4. In che cosa questo progetto si differenzia dagli altri che hai già fatto?

Valeria: Tutto. In genere quando ti presentano un progetto architettonico si parte dai vincoli ovvero da ciò che non si può fare. La particolarità di questo progetto è che si parte dalla terra, dal luogo nel massimo della libertà, e non capita spesso di avere questa opportunità.

 

5.  Come ti sei trovata a lavorare con Michael Reynolds?

Molto bene, lui ha tanta esperienza. E’ molto preciso ma ha 73 anni e non è molto tecnologico, così gli sono molto piaciuti i miei disegni in digitale, li ha molto apprezzati. C’è stata una stima reciproca. E collaborazione.

 

6.  Quali difficoltà hai incontrato?

Nessuna in particolare, forse l’altitudine. L’ultimo mese eravamo in Indonesia. Poi mi sono ambientata.

 

7. Cosa può portare secondo te questo progetto a Mazunte, alla sua comunità, alla cultura in generale e in particolare all’architettura?

Alla comunità di Mazunte uno spazio culturale che può far incontrare diverse culture, il Messico è un coacervo di diverse culture poi Mazunte è nata 50 anni fa, quindi è necessario uno spazio dove fare arte che ancora non c’è. Storicamente il teatro è importante per l’aggregazione di tutta la comunità, spero che questo non faccia eccezione.

 

8. Come ti immagini il progetto in un futuro, una volta costruito?

Mi immagino un luogo di incontro, dove far confluire dodici mesi all’anno cultura e comunità differenti, dove creare vari eventi. Mi piacerebbe che divenisse un ponte…. Uno spazio molto aperto a tutti.

 

9. come ti vedi tu in questo progetto con Itínera?

Vorrei provare a organizzare in quello spazio qualcosa…non sono il tipico architetto che fa una cosa e se ne va, per cui mi auguro che la collaborazione con Itínera continui…. (Anche noi…!)

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